08/04/2014 Sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani sul caso Dhahbi contro Italia

L’8 aprile u.s. la Corte europea dei diritti umani ha reso una importante sentenza nel caso Dhahbi contro Italia (ricorso n. 17120/09)

Il procedimento – patrocinato dall’INCA CGIL Nazionale – vede la condanna dell’Italia sotto il profilo dell’art. 6, par. 1, della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU) ed ugualmente per il combinato disposto degli artt. 8 e 14 della Conv.

La violazione dell’art. 6 (diritto a un equo processo) è imputabile all’omessa motivazione della Corte di Cassazione, in quanto giurisdizione di ultima istanza, in ordine al mancato rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia UE (art. 267, comma 3, TFUE), chiesto dal ricorrente, mentre è noto (sentenza Ullens de Schooten and Rezabek c. Belgio del 20 settembre 2011, ricorso n. 3989/97 e n. 38353/07; decisione sull’irricevibilità Vergauwen c. Belgio del. 10 aprile 2012, ricorso n. 4832/04) che l’art. 6, par. 1 della CEDU pone a carico delle giurisdizioni interne un obbligo di motivare, in ordine al diritto applicabile, le decisioni con le quali si rifiutano di sollevare una questione pregiudiziale, tenuto conto ugualmente del fatto che, a norma del diritto applicabile, rifiuti del genere sono ammessi soltanto a titolo di “eccezione” (Corte Giust. C-283/81, Cilfit). Secondo la Corte di Strasburgo, dunque, la mancata motivazione del rifiuto equivale a violazione dell’art. 6 CEDU.

Infatti, il ricorrente, che all’epoca dei fatti era un lavoratore immigrato di cittadinanza tunisina, aveva sostenuto la sua domanda di assegno per il nucleo familiare composto di almeno tre figli minori (art. 65 della legge n. 448/98) sulla base del divieto di discriminazione – nella materia della sicurezza sociale – in base alla nazionalità contemplato dall’art. 65, alinea 1 dell’Accordo di Associazione euro-mediterraneo tra Comunità Europea e Tunisia (subentrato all’accordo di cooperazione CE-Tunisia, comportante l’identica prescrizione).

Sul terreno dell’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) unitamente all’art. 14 (che vieta ogni forma di discriminazione), la Corte Edu ha dedotto che il rifiuto di concedere l’assegno per il nucleo familiare di cui all’art. 65 della legge n. 448 era stato opposto solo perché il richiedente, all’epoca dei fatti, non era cittadino di uno Stato appartenente all’UE, malgrado, quale lavoratore regolare, egli versasse i contributi all’Inps e contribuisse, al pari degli altri lavoratori, alle finanze pubbliche mediante le ritenute fiscali (Irpef).

In questo senso, pertanto, non è accoglibile l’eccezione del governo italiano fondata sulla limitazione nella concessione di tale categoria di assegni per motivi connessi alla salvaguardia del budget pubblico dello Stato.

La Corte Edu ha quindi riconosciuto al ricorrente un risarcimento per i danni patrimoniali subiti (in pratica gli assegni non versati sino all’acquisto della cittadinanza italiana), oltre all’importo di 10.000 euro a titolo di indennizzo per il danno morale.

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